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Sai cosa hai fatto quando sei venuto al mondo? La prima impresa eroica con la quale hai detto a tutti: “Eccomi qua, ci sono anch’io”, mentre scivolavi fuori dalla pancia della mamma? Lo sai cosa hai fatto? Te lo ricordi? Hai urlato. Un attimo prima di piangere, hai urlato, bucando la cortina del suono e lasciando che i tuoi minuscoli polmoni facessero il pieno d’aria. Per esserci, per ratificare il tuo diritto ad esserci, sei diventato rosso come una rosa e hai urlato. Ti sei imposto. Uno strillo acuto, una roba pungente e piena di vita, a cui è seguito un pianto di liberazione, mentre tua madre allungava le braccia e chiedeva ai dottori di poterti finalmente vedere.
Tra tutti i verbi con i quali ci identifichiamo, nel corso della vita, ci pensi mai che “urlare” è il primo? Viene prima di amare, prima di parlare, prima di correre e camminare, prima di mangiare, prima di dormire, prima di ridere o soffrire. Prima pure di respirare. Urlare è il capofila, il portabandiera, il leader di tutti i verbi con cui ti costruirai, crescendo. Ed è un peccato, dico, è un peccato che sia stato declassato, ridotto a un fatto barbaro, rabbioso, il segno di qualcosa che non va, che ci teniamo dentro e che poi sputiamo fuori solo quando la pressione è troppa. Urlare è un verbo sacro. Porta con sé una certa nobiltà. Urlando perdiamo la verginità di vivere e la concediamo al mondo che sta fuori dalla pancia. Nasciamo urlando. E ce lo dovremmo ricordare tutte le volte che vorremmo dire: “Io esisto”, e invece tacitiamo la fulgida grazia del nostro benedetto diritto ad essere.
(Antonia Storace)
Sono tante le cose che perdiamo per paura di perderle.
Paulo Coelho
Anonymous asked:
lamagabaol answered:
La vita è difficile, non sto qui a dirti cazzate, ma se ne esce.
Lo so per certo visto che ormai abbiamo assodato che di momenti di crisi ne ho
avuti e dubito siano finiti.
Io solo una cosa però so.
Quando ti senti sconfortata, in ansia, col magone, hai dei pensieri che ti
ossessionano e hai paura, che essa sia verso qualcosa o generalizzata, è sicuro
un segnale, un segnale che qualcosa non va, non che tu non vada, ma il tuo
corpo che è il metro di misura ti sta facendo capire che qualcosa devi
smuoverla.
Quando accade vuol dire che
hai perso il focus, succede, succede che qualche meccanismo smetta di
funzionare come si deve e poi forse in fondo non è nemmeno una brutta notizia,
ti aiuta ad imparare la presenza.
Devi ritornare all’adesso e fermare i pensieri che viaggiano nel tempo che non
esiste, il passato, il futuro, non esistono più, non ci sono, adesso ci sei
solo e dove sei tu, cerca di capire se ti piace o non ti piace quello che vedi,
impara a guardarti intorno e non perderti un attimo di quelli che vivi,
zittisci l’ego che parla al posto tuo, ascoltalo come se tu fossi estranea e
chiediti razionalmente se va bene o non va bene.
Mio padre ha aperto una pizzeria nel 2008 al sud, in piena crisi economia in Italia,
non ha chiesto favori, non ha mai omesso passaggi burocratici o usato
scorciatoie.
Nel 2013 ne ha aperto un’altra e poi nel 2014 ha ingrandito tutte e due,
facendo debiti e ripagando tutto.
Sul bancone della prima pizzeria che ha aperto, sua di proprietà a 55 anni,
sogno di una vita di sacrifici e rinunce, ha voluto mettere una frase di
Einstein:
La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato.
Io ci penso sempre.
Quello che mi è successo adesso, questo momento da cui sto cercando di uscire,
è sintomatico del fatto che adesso sono arrivata ad un punto, in cui ci sono
arrivata io e ne sono soddisfatta, un punto comunque funzionale al mio
percorso, da cui devo spostarmi, non subito ovviamente, non senza lavorarci,
non in fretta e non all’avventura, ma la mia mente ha cercato di ricordarmi che
non è proprio precisamente questo quello che voglio, cioè, non tutto, piano
piano sto arrivando a colmare il gap tra quello che faccio e quello che vorrei
fare e l’ho fatto io, con le mie mani e la mia forza e non è tempo di mollare.
Son tornata in riga, so cosa non voglio e devo cercare di evitarlo.
Ho ricominciato a fare yoga ogni giorno, mi fermo a pensare alle cose piano,
senza fretta, ho ricominciato a mettere le mie lavatrici e a leggere libri, ho
iniziato a sentire la mia casa come mia, ho ricominciato ad andare in giro nei
weekend e a sentire e ad uscire con gli amici a scrivere per me poco alla volta
a tenere un diario, a cercare di crearmi un network su cui appoggiarmi per la
mia professione, ho rimesso in atto nella mia testa un’idea che avevo
abbandonato e mi sono iscritta ad un corso di recitazione. Sto anche andando da
un terapista, ma a settembre gli chiederò se possiamo diminuire le visite perché
coi soldi non ci arrivo.
Cerco di non distrarmi e di non farmi distrarre dalla mia me inconscia, quando
ti distrai dalla tua vita è la tua mente che si sposta di asse e ti porta su
falsi paralleli, serve se ti rende produttiva, non serve se ti crea problemi.
Le crisi sono rampe di lancio devi usarle, nonostante i momenti profondamente
scuri e dolorosi.
Più cresci e più ti vengono richiesti strumenti nuovi per affrontarle, seguire
sempre lo stesso pattern vuol dire non avere imparato, non essersi mossi a
livello spirituale.
Poi io personalmente ho una convinzione molto esagerata e presuntuosa e cioè
che se si vive nel presente e si è onesti con se stessi e con gli altri e si
crede nelle proprie capacità allora bisogna sconfiggere la paura (che è sempre
della morte mascherata da altro, fame, freddo, altezza, buio, solitudine…) e
diventare quel che su vuole. Tutti abbiamo le potenzialità per diventare quel
che si vuole.
Adesso questa è la teoria, io stamattina mi son
svegliata meglio di ieri e molto meglio di un mese fa e spero che vada sempre
meglio, se riesco a riprendermi del tutto devo ricordarmi, come mi ha detto un
mio meraviglioso amico, di non far diventare la serenità pigrizia e ricordarmi
delle urgenze che la crisi mi ha risvegliato senza riabbandonarmi nell’inezia
della vita comoda, sennò poi il magone torna e si ricomincia di nuovo.
Inoltre ho un problema che non posso risolvere da sola e quello me lo porterò
appresso fino a rivoluzione avvenuta che si chiama: sistema capitalistico.
Ma di cui, ahimè, io non vedrò la fine ingloriosa.
Grazie tantissimo per il tuo supporto, vedrai che impegnandoti, sforzandoti ce la farai, non devi arrenderti, voler stare bene è un diritto e un dovere che abbiamo nei nostri confronti, parlane con i tuoi, con gli amici, con chiunque, chiedi aiuto e prenditi cura di te stessa, vivi piano e fai una cosa per volta.
Non è facile, ma se ne esce senza fretta.
Scondierazioni sparse
La destra incolpa gli immigrati per non affrontare il vero problema.
La sinistra incolpa le fake news per non affrontare il vero problema.
Il vero problema è il capitalismo, ma se uno lo scrive poi sembra sempre un comunista del 1800. Ovviamente, la soluzione non è l'Unione Sovieta.
I mass-media sono diventati business dagli anni ‘70, poi un giorno qualcuno ha iniziato a fregarli sul vendere le notizie facendo concorrenza sleale. Chi l'avrebbe mai pensato.
Il capitalismo offre soluzioni per sopravvivere al capitalismo stesso.
I 5 momenti storici che i giornalisti/esperti/opinionisti di tutto il mondo, non sono riusciti a prevedere, con un anticipo di almeno 30 giorni, a dimostrazione che il Paese reale è sempre altro:
1. la caduta del Muro.
2. Tien An Men.
3. Brexit.
4. Trump.
5. CR7 alla Juve (la malattia di Marchionne).
Il 1°Agosto abbiamo consumato l'intero fabisogno, annuale, delle nostre risorse mondiali. Da adesso, fino al 31 dicembre, eroderemo dalle nostre riserve.
35°C in Svezia, circolo polare artico. Ma il problema sono gli sbarchi. E le fake news. Tra un po’ gli sbarchi saranno in Germania, ché l'Italia, nel frattempo, sarà affondata. Ma tanto il climate change è un fake.
Chi dovrebbe fare opposizione è in vacanza e voi, che dovreste stare in vacanza, state facendo opposizione.
Opposizione! Diciamo che sembrate più mio figlio di 6 anni, quando si oppone all'inevitabile destino di dover andare a letto e, al massimo, guadagna quei 5-6 minuti in più, ma solo perché noi l'abbiamo deciso. Ecco, è lo stesso per tutti noi: le battaglie vinte, negli ultimi 30 anni, sono quei 5-6 minuti in più, grosso modo. Però abbiamo pestato forte i piedi per terra.
Dunque, inquinate di meno e limitate i commenti in rete. Non servono ad un cazzo. Lo sapeta già. Ma ripeto, non servono ad un cazzo.
Compreso questo post.



